Scritto da 9:39 am Italia, Attualità, Top News

Wimbledon: la coppa che nessuno porta via

Italia (martedì, 15 luglio 2025) — Non la puoi comprare. Non la puoi portare a casa. La puoi accarezzare ma solo per poco tempo. Eppure, per lei, uomini di ogni parte del mondo si sciolgono in lacrime sul prato tagliato a tre millimetri di altezza. La coppa di Wimbledon è un oggetto sacro e un paradosso insieme: premia la conquista, ma resta dov’è.

di Valeria Russo

Da oltre un secolo e mezzo, sempre quella. Una coppa in argento dorato, lavorata a mano, con due manici che sembrano ali e una frutta tropicale (un’ananas, sì, davvero un’ananas) appollaiata in cima come se fosse lì per caso. Ma nel 1887, quando fu commissionata la prima versione dopo che la precedente era volata via insieme a un vincitore seriale, l’ananas era il simbolo della raffinatezza coloniale. Non si metteva in tavola, si esponeva.

Da allora non è cambiata quasi per nulla. Sta lì, impettita nella sua teca, come una regina che non abdica mai. Chi la vince la può alzare al cielo, baciarla, farle una foto. Ma poi deve restituirla. Ne riceverà una replica, più piccola, meno imperiosa, come un souvenir dorato dell’impresa.

Non c’è inciso alcun nome sulla superficie. Nessuna gloria personale. Nessuna firma. Sei passato di lì, ti sei guadagnato l’onore di toccarla, ma lei resta. Tu no.

Tutto in quella coppa parla un linguaggio antico. Difficile da comprendere per lo sport che misura tutto in click e sponsorizzazioni. A Wimbledon si gioca in bianco, si inchina il capo entrando in campo, si tace dopo la sconfitta. Si onora, prima ancora di vincere.

La coppa è il simbolo di tutto questo. Non è un trofeo: è una prova d’umiltà. Ti lascia sfilare con lei sotto braccio, solo per pochi minuti. Poi torna a casa sua. Sembra poco, ma è proprio questo che la rende immortale.

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Last modified: Luglio 16, 2025
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