Pozzuoli (lunedì, 14 luglio 2025) — In tribuna, mentre Jannik Sinner affronta il mondo a colpi di rovescio, c’è lei. La signora Sinner. Camicia stirata, mani intrecciate, postura da insegnante di catechismo il giorno della cresima. Ma dentro — si vede, si sente, si indovina — è una centrifuga.
di Valeria Russo
Non urla. Non si alza in piedi. Non fa gesti plateali. Eppure, quando il figlio sbaglia un colpo, la sua faccia si incrina per un attimo come la superficie d’acqua quando ci cade dentro una pietra. Uno sguardo che dura mezzo secondo e racconta vent’anni di sacrifici, merende nei tupperware, maglioni stesi ad asciugare sul termosifone, inverni al freddo nei palazzetti di periferia.
Il mondo la osserva e dice: “Che donna composta!”. Ma solo una madre sa quanto costa sembrare serena quando ogni dritto ti arriva allo sterno.
Jannik ha il volto imperturbabile dell’atleta che si è allenato a vincere. Lei ha quello dell’italiana che si è allenata a non svenire. Fa piccoli cenni con la testa, accenna un sorriso che si spegne subito, come se si scusasse di averlo fatto. La sua fragilità è visibile come un livido sotto la pelle: non urla, ma parla chiaro.
Quando arriva il match point, lei non guarda. Fa finta di guardare. Guarda ma non vuole. È il paradosso eterno della maternità: voler sapere tutto, ma anche proteggersi dal dolore. E quando lui vince, si lascia andare a mezzo respiro. Mezzo, non tutto. Perché l’altro mezzo lo tiene per la prossima partita.
È tenera, è fragile, è uno tsunami di emozioni, è una madre che non ha bisogno di farsi notare, perché è già, senza volerlo, il cuore segreto della storia.
Non rappresenta solo se stessa. Rappresenta una generazione di donne che amano senza esibizione, che soffrono in silenzio, che tifano con tutto quello che hanno — dal diaframma fino ai piedi. Donne che, anche se il figlio vince Wimbledon, pensano prima di tutto se abbia bevuto abbastanza.
Last modified: Luglio 14, 2025

