Pozzuoli – La vicenda emersa nelle acque di Punta Pennata ha suscitato sorpresa e interrogativi nella comunità bacolese. Nei giorni scorsi, i carabinieri subacquei e la Soprintendenza Metropolitana di Napoli hanno individuato un cantiere di ormeggi a largo dell’imbocco dell’antico porto romano di Miseno. Una scoperta che inizialmente aveva fatto pensare a lavori abusivi, soprattutto perché mai annunciati pubblicamente e collocati in un tratto di mare molto trafficato, dove la presenza di un pontone era difficile da non notare. Le domande dei cittadini – perché il sindaco non aveva comunicato nulla? com’era possibile che nessuno avesse visto? – hanno trovato risposta quando sono stati diffusi i dettagli ufficiali dell’operazione.
di Nicola De Dominicis
Il cantiere, aperto da appena quindici giorni, non riguardava interventi abusivi privati, bensì l’installazione comunale di boe intelligenti per l’ormeggio di un numero limitato di natanti. Un progetto che il sindaco aveva annunciato due anni fa, nell’ambito della futura istituzione dell’Area Marina Protetta di Punta Pennata. L’obiettivo era chiaro: tutelare l’ambiente marino dello Schiacchetiello, contrastare gli ancoraggi selvaggi, inserire telecamere di controllo, favorire il ripopolamento della posidonia e promuovere un modello di turismo sostenibile. Il tutto attraverso fondi del PNRR e in collaborazione con l’Ente Parco dei Campi Flegrei e l’ISPRA.
Il problema, tuttavia, è emerso sul fronte autorizzativo: la Soprintendenza non aveva concesso alcun permesso per i lavori. Gli interventi stavano avvenendo in un’area potenzialmente ricca di strutture archeologiche subacquee, dove erano necessari grande prudenza e autorizzazioni formali. Per questo motivo è stato necessario un intervento urgente del Nucleo Operativo Subacqueo dei Carabinieri e degli archeologi, al fine di evitare danni al patrimonio sommerso.
A rendere la situazione ancora più paradossale è un dettaglio non irrilevante: lo stesso Comune, solo un anno fa, aveva avviato una collaborazione proprio con la Soprintendenza per mappare l’intera area archeologica subacquea che si estende dal Castello di Baia a Capo Miseno. Un’attività che aveva già portato a ritrovamenti rilevanti nella rada di Miseno. Risulta dunque incoerente che l’ente locale abbia installato ormeggi in zone che egli stesso aveva indicato come sensibili e meritevoli di tutela.
Grazie alle segnalazioni e al tempestivo intervento della Soprintendenza, possibili danni alle strutture archeologiche sono stati scongiurati. Resta però aperto un interrogativo sulla gestione di un progetto che, pur avendo finalità ambientali condivisibili, necessita di maggiore trasparenza, coordinamento istituzionale e rispetto delle procedure.
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Last modified: Novembre 20, 2025

